Zona rossa

Testo scritto in un momento di noia. Non prendete tutto per vero. Anzi forse niente. Non saprei se è di cattivo gusto o meno, però è scritto bene, quindi prendetelo per quello che è. Un racconto.


 

Primo giorno nella zona rossa. Ieri il Premier ha proclamato lo stato di emergenza nazionale. Tutto chiuso fuorché supermercati e farmacie. Anche le fabbriche hanno chiuso.

Non saprei come spiegare questo lieve senso di noncuranza nei confronti del virus. Alla fine non penso che sia poi così male. Certo, sono chiuso a casa da solo ma almeno ho la mia buona scorta di eroina e non penso di finirla prima di un paio di settimane. Si annuncia una bella vacanza in compagnia di Netflix, Porn hub e la mia fedele siringa.

Secondo giorno nella zona rossa. Ho fatto un salto al supermercato per prendere da mangiare. Abituato alla vita mondana a casa avevo solo una confezione di latte scaduto da un paio di mesi e un pesto color verde arbusto imbastito di marciume. Sono rimasto sorpreso dalla fila di fronte al negozio. Una ventina di giovani (la prima volta che vedo così tanti giovani a fare le compere) attrezzati con mascherina, guanti in nitrile e taccuino con la lista della spesa. L’entrata era controllata da due uomini della sicurezza. Uno alto e calvo, sulla quarantina, con occhi sporgenti e labbra finissime e l’altro più anziano, con un pronunciato baffo da birra e delle rughe che gli incorniciavano la faccia.

Ho aspettato due ore davanti al supermercato in attesa di entrare. Oramai non c’è la facevo più. Per questo me ne sono andato quando mi hanno bloccato proprio all’entrata dicendomi che dovevo aspettare un’altra mezzora. Fanculo loro e questo cazzo del virus. Tanto chi ha bisogno di mangiare quando ha l’eroina?

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immagine presa dal web

Terzo giorno nella zona rossa. Ieri ho sfasciato il frigo. Non c’è mai un cazzo là. Ho dovuto cenare con i cereali della colazione. Ho pensato d’andare al supermercato, ma ormai non riesco a stare più di due ore senza farmi. Che seccatura rimanere a casa. Provo a cercare un porno… e finisco per farmi d’eroina; provo a cercare una serie… e finisco per farmi d’eroina; provo a cercare qualcosa da mangiare… e finisco per farmi d’eroina. Ma che cazzo! Ho quasi finito la mia scorta e Abdul non vuole rischiare a portarmene dell’altra. Mi rimane solo una dose sufficiente per seccarmi. Non nego che è un pensiero che ha transitato parecchie volte nella mia testa, prima del virus, dopo di lei, prima di tutto questa situazione del cazzo. Ma non voglio andarmene così.

Quarto giorno nella zona rossa. Rimango a letto tutto il giorno. Non ho niente da mangiare (tranne una mezza scatola di cereali e un pane di una settimana fa). Ho fame e sono in astinenza da quasi dodici ore. HO bisogno di farmi… HO bisogno di farmi.

Quinto giorno nella zona rossa. Non me ne frega più un cazzo; devo assolutamente trovare qualcosa da fare, qualcosa per occupare le mie mani e la mia testa per non pensare. Oggi il telegiornale ha detto che il virus è più grave di quello che si pensava. Ergo, l’isolamento continuerà per un‘altra settimana. Dicono che stanno persino pensando di chiudere i supermercati e le farmacie, favorendo solo le consegna d’asporto per evitare il diffondersi del virus.

Le pareti mi appaiono più scure che mai. Le nuvole non lasciano trasalire nessuna speranza. Ormai 100.000 casi in tutto il paese senza possibilità di una luce in fondo al tunnel, senza possibilità di una fine. Il cucchiaio mi chiama… la siringa pure… quel lieve senso di volare attraverso i problemi della vita, quel lieve senso d’essere vivo; i problemi che spariscono, i problemi che non esistono più. La siringa…la siringa mi chiama…

Sesto giorno nella zona rossa. I militari hanno cominciato a pattugliare le strade con megafoni, imponendo alla gente di rimanere a casa. Siamo ormai a 120.000 contagi.

Settimo giorno nella zona rossa. Fanculo la vita! Mi faccio! Preparo l’eroina riscaldando il cucchiaio con il mio fedele clipper comprato a Budapest una vita fa. Il profumo del metano invade le mie narici rimembrandomi bellissimi ricordi passati. La prima siringa non si dimentica mai!

Avevo vent’anni all’epoca, ero alla stazione dei treni. Stefania si chiamava la ragazza. Aveva due anni meno di me, però ne dimostrava cinque in più. I sui capelli le scivolavano come stelle filanti a Carnevale, ma non trasmettevano la stessa allegria. Erano vecchi, scuri e sembravano attaccati con la colla vinilica. I suoi occhi, incavati in due fosse mortuarie, mi ammaliavano per non so’ quale motivo. L’amavo forse perché era riuscita ad essere quello che io non sarei mai riuscito ad essere. L’amavo perché aveva il coraggio di toccare il fondo senza vergognarsi, neanche per un cazzo di secondo, di quello che era. Quando si presentava alla stazione, con il suo zainetto lurido, i suoi vestiti allungati e le sue labbra finissime con lo spigolo di una porta, si mostrava al mondo con sfida, come per dire “sì, sono una tossica, e allora!”. L’amavo.

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immagine presa dal web

Per questo, quando i suoi l’hanno allontanata da me, quando l’hanno confinata in un cazzo di centro riabilitativo, sono finito in overdose.

Ripenso a lei ogni volta che riscaldo quel maledetto cucchiaio… il mio ultimo cucchiaio…

Il notiziario in sottofondo annuncia il raggiungimento dei 150.000 morti. Ormai non me ne frega un cazzo. Magari quando mi troveranno diranno che sono morto a causa del virus. Tanto, morto in più, morto in meno.

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