Inspiración (parte 2 di 2)

Un brivido mi corre lungo tutto il corpo, divorandomi come se delle piccole termiti mi stessero via via squarciando la pelle dall’interno. Provo un senso ansiogeno di regressione allo stato brado. Mi sento come un bambino che perde i genitori al supermercato, come un tossico che perde la sua dose dentro il cesso, come un riccio che aspetta inesorabilmente il suo destino in mezzo alla strada. Mi sento spaventato. Apro gli occhi sfuggendo al mio personale mondo oscuro e guardo verso il computer

Una figura megalitica, blu cobalto, illuminata dal chiarore della luna, siede di fronte al mio computer. Le sue gambe fuoriescono di circa mezzo metro per parte, il suo busto è tutto imbastito di sfiati neri e profondi come il vuoto cosmico di un corpo celestiale e la sua testa calva somiglia ad un’anfora greca. Sento che sta scrivendo con foga indescrivibile. I tasti sul mio computer battono all’impazzata, riesco a vedere il riflesso sulla finestra aperta di pagine e pagine che scorrono a tutta velocità, venendo riempite da milioni di parole sconosciute. Rimango bloccato appoggiato sui miei gomiti a guardare, di fronte a me, questa creatura mitica che sta scrivendo.

Il suono del ticchettio si fa sempre più persistente, più veloce. Diventa un suono constante, tetro, vivido. Fa male sentirlo. Fa male sentire la tortura artistica che questo essere sta svolgendo nei miei confronti. Non riesco più a sopportare quel ticchettio intrinseco, quel ticchettio infinito ma ho troppa paura muovermi.

Ho troppa paura per fare qualsiasi cosa.

All’improvviso smette di scrivere. Smette di scrivere e chiude il computer con un tonfo che fa vibrare persino i muri.

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Immagine presa dal web

Non riesco più a respirare. La mi trachea si riempie di salvia, o sangue, ora come ora non saprei. Non riesco neanche a deglutire quando lui si gira. O meglio, quando gira solo la testa. Scheletrica con un naso appiattito, quasi inesistente, senza la bocca e con due fossette vuote al posto degli occhi. Mi guarda. Mi guarda attraverso il nulla infinito. Mi guarda attraverso e mi trapassa il corpo con quei bulbi inesistenti. Si alza con movimenti inumani, ruotando ora il braccio, lungo, magro e scheletrico, con solo le striature dei muscoli; ora il suo piede sinistro. Si alza sovrastando il soffitto della camera. Sembra alto cinque o sei metri, anche se la mia camera è alta solo due e qualcosa. Si alza e mi guarda fisso con quelle fossette demoniache. Prova ad emettere un suono un rumore che dovrebbe uscire da quella bocca inesistente, ma non riesce. Alza le mani e cade per terra, come un sasso lanciato contro un fiume. Si trascina insistentemente con le mani creando suoni d’attrito tenebroso che mi ricordano quell’infinito ticchettare del computer. Si aggrappa al fondo del mio letto. La sua mano ha lunghe dita di cristallo che riflettono di un blu che ora è diventato più scuro. Affonda anche l’altra mano e si alza. Ora è di fronte a me.

Si muove trascinandosi sopra il mio letto fino a che non mi arriva faccia a faccia. Le fossette dei suoi occhi mi fanno vedere mondi infiniti, racconti non ancora scritti, modi di vedere l’arte impensabili. Vedo ogni cosa, ma sento anche un senso di inconscio terrore primitivo che mi circonda e mi avverte di un futuro già scritto.  Mi guarda dritto negli occhi ed emette dei suoni in una lingua sconosciuta.

La lingua degli dei. La lingua dell’aldilà.

Poi sento solo la mia carne che si trappa, prima di finire, nel vuoto dell’esistenza.

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